Sara Tabarelli

E’ vero che i giovani non hanno voglia di lavorare? Spoiler: NO!”

Sempre più giovani (e non solo) tendono a dare volontariamente le dimissioni al lavoro. Le vecchie generazioni, come quella dei miei genitori, figli del boom economico degli anni ’70 sono solite dire: “Questi ragazzi non hanno più voglia di lavorare”.

Ma siamo sicuri sia veramente così?

Come ogni fenomeno complesso, le motivazioni non possono che essere ancora più complesse.

L’evolversi della pandemia nel biennio 2020-22, ha visto l’evolversi delle cosidette “Great Resignation” o, in italiano dette anche “Grandi Dimissioni”.

Perché le persone in un’epoca di incertezza, soprattutto lavorativa, lasciano il loro impiego in massa, talvolta senza avere un’alternativa valida in atto?                                          

Facciamo un passo indietro e analazziamo a livello linguistico i termini usati:

Resignation è il termine inglese usato per la maggiore. La parola è facilmente traducibile con “dimissioni”, ma richiama a livello semantico il concetto di rassegnazione.

E proprio dal secondo significato, voglio iniziare a spiegare perché questo tema mi sta tanto a cuore.

Come sapete, sono “un’adulta giovane” e il decennio dopo i 30 l’ho vissuto come un primo bilancio di vita. Un bilancio da confermare, per i più, non certo da ridiscutere.

La non soddisfazione lavorativa e quindi il successivo ritiro può a primo impatto sembrare frutto di confusione, astenia e stanchezza, ma credo che in realtà rifletta il dissolversi di credenze, narrazioni, contesti, che apparivano inevitabili, ma che in realtà non lo sono. I giovani adulti e adulti giovani che hanno aderito alle Grandi Dimissioni (o che si sono “rassegnati” pur senza dimettersi) forse vogliono rimaneggiare la forma che hanno dato alla loro esistenza, sembrano aver colto uno spiraglio a cui aggrapparsi e che ha fatto loro comprendere che si può ancora scegliere, invertire la rotta, provare a essere soddisfatti, anche nel lavoro.

Gran parte del dibattito mediatico su cosa abbia acceso la miccia delle Great Resignation si è concentrato sull’insoddisfazione dei dipendenti riguardo ai salari. Nonostante questo sia un punto da non sottovalutare, soprattutto in Italia, i cui salari secondo il report 2022-23 della International Labour Organization, sono fra gli ultimi in Europa e non solo sono fermi ma anzi, si sono ridotti in media del 12% versus l’anno 2008. Il fenomeno delle Great Resignation non è apparso all’improvviso ma ha trovato del terreno molto fertile affinché si realizzasse: culture aziendali tossiche, mancanza di riconoscimento sia finanziario che emotivo, grande insicurezza psicologica sono solo alcune delle motivazioni che hanno fatto si che i lavoratori lasciassero in massa il loro impiego.           

Cosa cercano i giovani nel lavoro?

Più che alla ricerca di felicità, molti giovani e meno giovani sembrano impegnati nel tentativo di trovare un senso che appartenga loro, anche con scelte radicali ma che parlano di loro.

Non è certo semplice rimettere in discussione un sistema economico basato sul denaro e sull’esaltazione massima del profitto, dell’individualismo e, del benessere del singolo prima che della collettività, sul competere per vincere invece che sul premiare la solidarietà. Un sistema che ci ha visto nascere e che ha primeggiato negli ultimi 40 anni.           

L’eredità lasciateci dalle generazioni precedenti sembra però essere deludente e le nuove generazioni se ne sono accorte e non vogliono stare più al gioco. Sanno che dovranno inevitabilmente fare i conti con lo sgretolamento dei diritti che siano relativi alla salvaguardia della dignità del lavoro o della persona, con la sempre più severa e imminente sostituzione del servizio pubblico con quello privato, con la sparizione della solidarietà sociale, con la gestione delle disuguaglianze, delle ingiustizie sociali, politiche e catastrofi ambientali, con il predominio dei legami monetari su quelli umani, con il volto della solitudine e talvolta dell’isolamento.

Le giovani generazioni faranno forse pace con il fatto che sia estremamente falsa quell’idea che il proprio successo dipenda da solo sé stessi, dal “se vuoi, puoi”, saranno invece coscienti di quanto contino i contesti sociali, economici, culturali e politici nei quali si è immersi. In questi termini, la difficile decisione della “resignation” può certo avere il sapore della rassegnazione, ma voglio pensare che questo sintomo globale (quello delle Great Resignation) sia invece proprio un tentativo di combattimento della rassegnazione, un dire no a farsi andare bene quello che è sempre andato bene a chi prima di loro, ma che alle “Generazioni X” non sta bene, per niente.

Scelgono di scegliere.  

dare

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